Noi abbiamo vissuto la bomba atomica
I gesuiti di fronte alle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki
Della bomba atomica sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945 abbiamo tutti sentito parlare, e ci mancherebbe. Di quella esplosa sul cielo di Nagasaki tre giorni dopo forse sappiamo qualcosa meno, perché non è stata la prima. Tra i ricordi personali legati a queste memorie storiche risalta la voce di Numata Suzuko (1923-2011), con la quale venni a contatto a Zugliano nei primi anni Duemila, in occasione del Convegno di Studi del Centro Balducci, animato all’epoca da don Pierluigi Di Piazza (1947-2022). Suzuko fu una delle sopravvissute alla bomba atomica, che tuttavia le causò ferite non guaribili. Subì l’amputazione di una gamba e nel corso del tempo riuscì a far scaturire dall’esperienza di rabbia e dolore un impegno costante per la pace. Fu protagonista di incontri e conferenze in vari angoli del mondo; il suo obiettivo fu la trasmissione del messaggio degli hibakusha (il termine giapponese per designare i sopravvissuti ai bombardamenti atomici dell’agosto 1945, letteralmente “coloro che sono sopravvissuti alle bombe”): “Mai più Hiroshima, mai più Nagasaki, mai più atomiche”, e per dare una dimensione più ampia all’idea: “Mai più armi e guerre”. Negli anni ho continuato a leggere e studiare e da tempo sto raccogliendo le informazioni e le idee per fare un passo in più, scriverne. La competenza mia di storico del cristianesimo mi ha spinto a dedicare il mio tempo di studio soprattutto a questioni che sono in grado di maneggiare con consapevolezza. Mi sono così concentrato sull’esperienza dei gesuiti in Giappone, in particolare su quella risalente ai tempi immediatamente successivi il 6 e il 9 agosto 1945. Mi sono chiesto: a chi proporre il risultato del mio studio e delle mie riflessioni? Mi sono risposto che, almeno nella forma più lunga ed elaborata, forse la cosa migliore da fare sia proporlo a me stesso, senza mediazioni. Per il titolo ho scelto di richiamare uno dei testi più celebri sul tema “gesuiti in Giappone”, quel Yo viví la Bomba Atómica di Pedro Arrupe, nel 1945 maestro dei novizi di Hiroshima e poco più di vent’anni dopo Superiore Generale della Compagnia di Gesù. Buona lettura, con lentezza.
I giornali italiani
Le riflessioni sugli eventi passati spesso prendono spunto dalle ricorrenze. Limitando l’analisi alla cultura italiana, lo si vede chiaramente nell’eco risuonata in occasione dell’ottantesimo anniversario dalle esplosioni atomiche di Hiroshima (6 agosto 1945) e Nagasaki (9 agosto 1945). Senza esagerare con le citazioni, mi limito a richiamare il lavoro proposto da due tra gli inserti culturali più interessanti nel panorama giornalistico italiano: Gutenberg (del quotidiano “Avvenire”) e La Lettura (“Il Corriere della Sera”).
Cominciamo da Gutenberg, che nel numero del 25 luglio 2025 ha pubblicato – come da suo stile editoriale – un numero tematico intitolato Il giorno dopo l’Apocalisse. Il lancio in prima pagina specifica che il bombardamento atomico delle due città giapponesi fu “un evento spartiacque nella storia dell’umanità, che da allora convive con la distruzione della Terra”. Gli articoli che compongono la sezione monografica del fascicolo sono sei, tutti scritti da maschi. Si parte da Hiroshima e Nagasaki. Il paradosso della memoria, a firma di Piergiorgio Pascali, che pone l’accento sulla posizione del Giappone “di fronte a uno dei paradossi più complessi della storia contemporanea”. Il paradosso sussiste nella coesistenza tra la memoria collettiva radicalmente pacifista, testimoniata nei decenni soprattutto dai sopravvissuti da un lato, dall’altro l’alleanza strategica con il governo degli Stati Uniti. Si tratta di quello stesso governo che, nell’agosto di ottant’anni fa, decise fosse una scelta eticamente e strategicamente opportuna usare un’arma devastante contro le persone civili. Antonio Giuliano (Manga e sport per rinascere dalle macerie) prende le mosse dal manga L’uomo tigre per ripercorrere in estrema sintesi una delle modalità di trasferimento e affermazione della cultura giapponese – il fumetto e i disegni animati appunto – all’estero, e soprattutto negli Stati Uniti. Seguono poi tre recensioni di libri usciti nel 2025: Davide Re (Il terrore sottile dell’uomo mutante) si occupa del saggio storico di Richard Overy Pioggia di distruzione. Tōkyō, Hiroshima e la bomba (Einaudi, traduzione di Laura Bernaschi); Gianni Santamaria invece (Sven Holm e la distopia che anticipa il presente) presenta il romanzo distopico Termush, pubblicato dallo scrittore danese nel 2019 e tradotto nel 2025 da Eva Kampmann per Il Saggiatore. “Termush” è il nome dell’hotel di lusso dove si sono rifugiati i sopravvissuti a un olocausto atomico. Roberto Righetto (Le rappresentazioni dell’atomico nella cultura contemporanea) si sposta invece in Italia per analizzare L’Italia e la bomba (il Mulino), nel quale Maria Anna Mariani ragiona sulle posizioni in merito alla questione nucleare espresse da Alberto Moravia, Italo Calvino, Elsa Morante, Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini. Ultimo articolo della sezione è quello di Alessandro Zaccuri (Così la bomba rende dicibile l’indicibile), che scrive più in generale – quindi anche al di fuori del caso giapponese – di libri e produzioni cinematografiche/televisive dedicate all’immaginario post-apocalittico.
La Lettura ha scelto invece di offrire uno spazio doppio alla ricorrenza. Nel numero del 13 luglio la sezione intitolata Il dibattito delle idee è stata dedicata al Giappone, con due pagine riservate alle bombe atomiche. Pure qui le penne sono tutte al maschile: Tiziano Bonazzi (La scelta che mutò la storia) presenta il tema, Vanni Santoni (La narrativa della bomba) scrive del libro di Overy, Demetrio Paolin (Morante disfatta, Moravia attonito. Il romanzo procede a tentoni) di quello di Mariani. Nel fascicolo del 3 agosto è ancora Il dibattito delle idee a ragionare della catastrofe atomica. Si apre con la traduzione di due articoli firmati da autori giapponesi: Taguchi Randy (I nipoti di Hiroshima, traduzione di Anna Specchio), unica voce femminile in questa rassegna, e Furukawa Hideo (Ma tutti noi stiamo dimenticando l’insegnamento della bomba, traduzione di Gianluca Coci). Seguono poi le recensioni del libro curato da Luisa Bienati (Hiroshima. Il giorno zero dell’essere umano, Marsilio) a firma di Marco Del Corona e quella scritta da Marco Ventura (Cristiani a Nagasaki, martiri tre volte) a proposito del lavoro di Gabriele Di Comite (Santi, martiri e samurai. Storia del Giappone cristiano, San Paolo). Ventura si sofferma soprattutto sul significato simbolico della città di Nagasaki per i cristiani giapponesi, una comunità “sterminata una prima volta tra il 1618 e il 1639, una seconda tra il 1868 e il 1871, e una terza volta dalla bomba atomica nel 1945”. Che cosa abbia significato la catastrofe atomica dell’agosto 1945 per i cristiani in Giappone lo si può comprendere assumendo anche un altro punto di vista, quello dei missionari gesuiti. Ed è questo il compito che mi sono dato.
L’esplosione
Nell’estate 1945 i gesuiti avevano due residenze a Hiroshima: una, la parrocchia, si trovava in mezzo alla città; la seconda, situata a qualche chilometro dal centro, ospitava il noviziato di Nagatsuka, guidato dal missionario basco Pedro Arrupe. Da quando il Giappone era entrato nella Seconda Guerra mondiale (7 dicembre 1941), la situazione a Hiroshima era rimasta relativamente tranquilla. Nel 1945, tuttavia, il precipitare della situazione militare giapponese aveva generato timori crescenti pure tra gli abitanti di quella città, anche se non si credeva davvero che i bombardieri statunitensi – per quanto la presenza degli aerei ricognitori si facesse sempre più insistente – la potessero davvero prendere di mira.
La mattina del 6 agosto 1945 poco prima delle otto del mattino suonò l’allarme antiaereo; non era certo la prima volta. Proseguì per una decina di minuti, poi cessò. Verso le otto e un quarto, Arrupe e un suo confratello videro una luce intensissima e si accostarono alla porta per cercare di capire cosa stesse succedendo. Proprio mentre stavano per aprirla, udirono un rumore “formidabile” – questo l’aggettivo usato da Arrupe nelle proprie memorie – non tanto per la sua intensità, quanto per la sua natura inclassificabile. L’onda d’urto spazzò via porte, finestre, vetri, pareti e mobili. Non pareva uno scoppio, piuttosto un uragano dalla potenza indescrivibile. I gesuiti pensavano che una bomba fosse caduta nel loro giardino. Né lì, né nelle vicinanze vi erano però crateri o tracce di uno scoppio; era impossibile capire cosa potesse essere successo.
Un gruppo di padri e novizi salì sulla collina vicina per dare un’occhiata alla città, una Hiroshima che però pareva proprio non esserci più: si vedevano solo fiamme e distruzione. Non c’erano parole per descrivere quanto si era appena verificato, i giapponesi ne avrebbero messe assieme due, Pika, bagliore, e Don, rumore. Pika-Don. Con il passare dei minuti, i gesuiti videro arrivare i primi sopravvissuti in fuga della città. I loro corpi presentavano ferite mai viste prime, nuove. Certo, fin dall’inizio della guerra si parlava di armi segrete; quelle prime sensazioni del dopo esplosione sembravano rivelare che non si trattasse di semplice propaganda.
Sappiamo quello che facciamo
Arrupe racconta della prima messa celebrata dopo lo scoppio della bomba atomica. Ad assistervi vi era un gran numero di abitanti di Hiroshima, per lo più ignari di cosa lui stesse facendo, ma allo stesso tempo attratti e incuriositi dal cerimoniale occidentale. Le memorie del gesuita si soffermano sulle emozioni vissute al momento in cui contemplò i volti delle persone radunate in chiesa e riportano la preghiera pronunciata non solo per chi stava soffrendo le conseguenze dell’ordigno, ma anche per chi aveva deciso di sganciarlo: “Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. C’era qualcosa di sbagliato, in quella formula: lo sapevano, quello che facevano.
Il leader del team di scienziati che stava lavorando alla bomba atomica, J. Robert Oppenheimer, dopo il test che portò l’esplosione della prima bomba atomica a Los Alamos (New Mexico) per descrivere quanto aveva appena visto avrebbe in futuro scelto una citazione dalla Bhagavad Gita, uno dei testi sacri dell’induismo: “Ora sono diventato la morte, il distruttore di mondi” (Now I am become death, the destroyer of worlds). Era il 16 luglio 1945, mancavano ventuno giorni a Hiroshima, ventiquattro a Nagasaki.
Davvero quelle due bombe furono decisive per la fine della guerra? Nel già citato Pioggia di distruzione, Richard Overy pare dubitarne, dando voce alle ricostruzioni storiografiche più aggiornate e avvedute. Al momento del bombardamento su Hiroshima, il Giappone era un paese già alle strette, prostrato dai devastanti raid incendiari che a partire dal marzo 1945 avevano colpito Tokyo e altri centri urbani (il memoriale delle vittime conta 104.500 morti nella sola capitale, e la stima viene considerata certamente imprecisa per difetto). La resa del 14/15 agosto 1945, inoltre, viene spiegata principalmente dalla dichiarazione di guerra presentata dall’Unione Sovietica e solo secondariamente quale effetto dei due disastri atomici.
Bisogna ribadirlo. Il gruppo di scienziati radunato a Los Alamos per lavorare sulla bomba era perfettamente consapevole che la riuscita del loro progetto avrebbe causato conseguenze mai viste prima. Leó Szilárd, che con Enrico Fermi guidò la costruzione del primo reattore nucleare, era fermamente contrario all’utilizzo militare di un ordigno atomico. Promosse una petizione, sottoscritta da numerosi colleghi e cercò di consegnarla al presidente degli Stati Uniti Truman, il quale neppure lo ricevette a Washington. Scrive Overy: “L’atmosfera di giubilo dopo Hiroshima evaporò nel giro di tre giorni. Oppenheimer, secondo un rapporto dell’Fbi, era ‘un rottame coi nervi a pezzi’, mentre un altro testimone oculare ricordava una diffusa ‘repulsione’ nei confronti dei costi del bombardamento di Nagasaki, nonostante si supponesse che avrebbe posto fine alla guerra in tempi brevi” (p. 115). Insomma, per perdonare scienziati e militari il Signore invocato da Arrupe avrebbe dovuto fare ricorso a una motivazione diversa da quella evangelica del “non sanno quello che fanno”.
La cura dei feriti
Al noviziato di Nagatsuka vi era anche il gesuita tedesco Johann Siemes, che avrebbe pubblicato un resoconto dell’esplosione su Time, nel febbraio 1946. Il ricordo dell’accaduto è simile a quello di Arrupe: un rumore strano, neppure tanto forte, una luce improvvisa e innaturale, poi le finestre che si polverizzano, lo sguardo su una città rasa al suolo, fuoco e fiamme, una processione di figure in fuga.
Ripercorriamo ora le memorie di Arrupe e Siemes, senza indugiare nelle scene apocalittiche e nella descrizione delle sofferenze delle vittime della bomba. Il basco aveva studiato medicina, ma quella che gli si presentava davanti era un’impresa che andava al di là delle sue competenze, anche per la assoluta assenza di mezzi. Il corteo di feriti che si presentava agli edifici del noviziato era incessante; non si capiva neppure come fosse possibile aiutarli tutti. L’intuizione di Arrupe fu la seguente: visto che non c’erano medicinali, bisognava “aiutare la natura per metterla in condizione di reagire da sé” (Yo viví la bomba atómica, p. 58). Per farlo, i gesuiti cercarono di pulire alla meglio i propri locali e di procurarsi quanti più mezzi di sostentamento fosse possibile. Bisognava, insomma, prendersi cura delle persone. Arrupe intuì che l’ipernutrizione avrebbe potuto aiutare: un corpo alimentato reagisce molto meglio di uno spossato. Aveva ragione.
Era questo un modo di procedere ben radicato nella cultura cristiana, fin dalle origini. Quando due terribili pestilenze devastarono i territori dell’Impero Romano a metà del secondo e del terzo secolo, la mortalità tra i cristiani fu decisamente inferiore alla media, cosa che guadagnò loro anche numerose conversioni. La ragione è semplice: la cultura dell’assistenza al prossimo propria della fede in Gesù induceva i suoi adepti a occuparsi dei malati. Certo, non si sapeva come curarli (come del resto successe a Hiroshima), ma anche solamente il fatto di dare da mangiare e da bere (o di pulire le ferite) a chi non aveva più la forza per farlo poteva salvare delle vite (Ferlan, Storia delle missioni cristiane, 42).
Torniamo nel Giappone del XX secolo. Le memorie di Arrupe ricordano quali fossero le urgenze mediche per i gesuiti impegnati nell’assistenza: assieme a cose note (fratture, ferite e ustioni), vi era l’ignoto, sotto forma di bruciature provocate non dal fuoco, ma da qualcos’altro; solo dopo qualche tempo si sarebbe compresa la forza distruttiva delle radiazioni. Neppure i pazienti sapevano cosa fosse successo: “Ho visto una luce, [ho sentito] un’esplosione terribile e non mi è successo nulla; nel giro di mezz’ora però ho percepito che mi si stavano formando sulla pelle delle piccole vesciche superficiali e nel giro di quattro o cinque ore già c’era una bruciatura che dopo un giorno ha iniziato a suppurare. Tutto questo senza fuoco” (Arrupe, p. 60). Vi erano poi altre persone che si trovavano in città e al momento dell’esplosione non era successo loro nulla. Dopo qualche giorno, però, arrivavano chiedendo aiuto perché si sentivano bruciare dentro. Si pensava avessero respirato qualche gas velenoso, perché dopo pochi giorni morivano. I primi giorni dopo il 6 agosto erano trascorsi nella confusione e nell’ignoranza: nessuno a Hiroshima sapeva che era scoppiata la prima bomba atomica usata a scopo bellico. Poi la cosa si venne a sapere, ma rimaneva un dubbio: cos’era, la bomba atomica?
Domande cruciali
Al di là dell’accoglienza dei feriti in cerca di aiuto, sia Arrupe, sia Siemes ricordavano l’impressione straniante dei primi momenti trascorsi all’interno della città. Vi si recarono alla ricerca dei confratelli e di persone da soccorrere; davanti a loro si presentarono solamente scene di morte e di distruzione. La bomba, Fat Man, era caduta alle 8:14 del mattino (molti orologi si fermarono). Poiché nel Giappone urbano dell’epoca la scolarizzazione aveva altissime percentuali, il disastro aveva colto quasi tutti i bambini della città mentre erano nelle aule, lontani dai propri genitori. Lo sforzo di riunire le famiglie dei sopravvissuti fu notevole; le memorie dei gesuiti ricordano storie edificanti e storie tragiche.
Siemes, alla fine della sua testimonianza, propose ai lettori di Time un dilemma morale: vi era un’etica nell’uso di quella bomba? Domanda alla quale lui e i confratelli avevano risposto in modi diversi: alcuni ne avevano condannato l’utilizzo contro una popolazione civile. Altri erano invece del parere che, in una guerra totale, non ci fosse una differenza essenziale tra civili e soldati, e che la bomba stessa fosse una forza efficace, un avvertimento al Giappone di arrendersi e quindi evitare la distruzione totale. Nell’immediatezza delle catastrofi nucleari, neppure la Santa Sede si espresse con chiarezza. L’Osservatore Romano pubblicò sì un editoriale critico verso la decisione del presidente Truman subito dopo Hiroshima, ma Pio XII si astenne da una condanna ufficiale.
Siemes chiosava così la propria riflessione: “Il punto cruciale è se la guerra totale nella sua forma attuale sia giustificabile, anche quando persegue una giusta causa. Non è forse accompagnata da mali materiali e spirituali che superano di gran lunga il bene che potrebbe derivarne?”, chiedendosi se ci fosse una soluzione a un dilemma simile.
A rispondere ci provò la redazione di America Magazine, il periodico di riferimento per i gesuiti statunitensi. Ci provò in un editoriale scritto nell’immediatezza dell’accaduto e pubblicato il 18 agosto 1945 con il titolo Spires or Tombs?, letteralmente Guglie o Tombe?, a indicare da un lato l’aspirazione all’assoluto, al cielo, dall’altro il simbolo della morte, di un futuro sepolto. Per quanto si sforzi con implacabile ferocia – l’articolo iniziava così (Though he try fiendishly and implacably) – all’uomo non è dato distruggere l’umanità. È Dio che ha creato la razza umana, ed è la Sua Provvidenza – non la passione dell’uomo per la distruzione – a determinare la fine del suo cammino terreno. Tuttavia, l’uomo può imboccare la via della rovina. Con la propria intelligenza e con la sua abilità manuale, entrambi doni divini, l’uomo può seminare morte, annientamento e caos.
Oggi, scrivevano nell’editoriale non firmato (segno di responsabilità collettiva del suo contenuto) i redattori di America Magazine nell’agosto 1945, la tecnologia è arrivata a dare a chi attacca un vantaggio incolmabile su chi si difende: contro le flotte di superfortezze, le bombe incendiarie e la velocità dei jet, quasi nulla può opporre una resistenza adeguata. Ed eccola, la riformulazione della domanda già presentata da Siemes: “Che difesa può esserci, allora, contro le terribili forze scatenate dall’incubo della bomba atomica?”.
La risposta chiamava in causa scenari apocalittici che, a ottant’anni di distanza, libri, film e serie TV ci hanno reso tutto sommato familiari: “In questo mondo da incubo che si apre davanti ai nostri occhi, è forse assurdo immaginare un’umanità costretta a vivere sottoterra? Con le nostre lampade solari, l’aria condizionata e i cibi sintetici, non è troppo fantasioso prevedere che, tra qualche generazione, il futuro dell’uomo non sarà camminare libero sotto la luce e l’aria di Dio, ma scavare sempre più a fondo in città sepolte. Al posto dei campanili e delle guglie delle cattedrali protese verso il cielo (ecco il richiamo al titolo dell’editoriale), l’architettura più familiare potrebbe diventare quella delle catacombe e dei rifugi sotterranei”.
L’intuizione sugli scenari futuri era impressionante nella sua precisione: “sul piano morale non c’è dubbio: la bomba atomica ci pone davanti, ineludibilmente, a una scelta. O sarà la fine di tutte le guerre, o un futuro da incubo. I segreti della bomba, per quanto ben custoditi, per quanto America, Gran Bretagna e Canada si sforzino di condividerli solo con le nazioni ‘amanti della pace’, prima o poi verranno svelati. La bomba diventerà un’arma comune a tutte le nazioni, e non in un futuro troppo lontano. Quando quel momento arriverà, se la guerra non sarà diventata semplicemente impensabile, ogni Paese del mondo non farà che tremare sotto la minaccia che un nemico, sferrando il primo colpo, possa avviare la corsa verso l’annientamento totale”.
La chiosa era un’accorata chiamata alla responsabilità personale e collettiva dei cattolici statunitensi. Che la bomba atomica fosse stata costruita e usata in un’epoca di così bassa moralità internazionale, come quella della Seconda Guerra mondiale era una vera tragedia, poiché l’egoismo degli Stati aveva prevalso sui principi più nobili. I cattolici americani avrebbero dovuto agire con determinazione: impegnarsi pienamente per applicare la Carta dell’ONU, secondo giustizia e carità. L’alternativa era accettare guerre di inimmaginabile orrore.
La scelta richiedeva una consacrazione personale e collettiva alla santità, alla pace cristiana e a un’etica politica ispirata al Vangelo. La bomba atomica poneva gravissimi dilemmi morali: la distruzione indiscriminata provocata dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, così come le conseguenze planetarie di una sua possibile diffusione la rendevano ingiustificabile. Arrivava nelle ultime righe l’invito a pregare affinché il male da essa scatenato non sovrastasse il bene sperato da chi l’aveva usata.
Come rispondere a questo appello otto decenni dopo, quando il mondo non ha certo cessato di essere scenario di guerre e quando, nonostante i tanti impegni per il disarmo nucleare, la bomba si è davvero diffusa nella disponibilità di numerose potenze? Non trovo parole migliori di quelle scelte da Richard Overy per chiudere il suo libro: “La lezione che si può trarre dal bombardamento del Giappone nel 1945 non è comprendere se fosse necessario o meno, ma perché si pensava che fosse necessario in quel momento. Capire le ragioni della progressiva radicalizzazione strategica nel 1945, nonché dell’elaborazione di una morale che legittimasse la prosecuzione di una spietata guerra totale, non può che essere un contributo importante per evitare che la storia si ripeta”.


