Chi stabilisce cosa è puro? La via mormone all'astinenza
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Gli Stati Uniti hanno compiuto 250 anni e nella mia bolla, fatta soprattutto di persone che si dedicano ai religious studies, ho letto molto sul contributo più o meno rilevante delle varie denominazioni cristiane alla costruzione prima e allo sviluppo poi dell’Unione. Consolidate le mie competenze dai sempre più approfonditi studi sulla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, propongo un pezzo informativo su di un particolare aspetto della fede mormone. Perché senza i mormoni, gli Stati Uniti sarebbero un paese diverso.
L’interpretazione dei testi sacri, fatta da individui collocati in ambienti particolari, ha spesso determinato le regole religiose. La nota vale anche per la condotta alimentare dei mormoni. Nel 1833, Joseph Smith, il fondatore della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (Chiesa mormone) stabilì delle norme alimentari in base a una diretta rivelazione divina.
Le origini della fede mormone risalgono alla visione avuta da Smith (1805-1844) nel 1820, quando gli apparvero in un bosco Dio Padre e Gesù Cristo. Grazie a successive visioni, Smith ritrovò anni dopo delle tavole d’oro, scritte in una lingua antica dal profeta Mormon. L’evento principale raccontato nel Libro è la visita di Gesù Cristo risorto al popolo delle Americhe (dove per lo più ripete i concetti espressi nel Discorso della montagna), mentre per quel che riguarda la dottrina il testo sostanzialmente conferma gli insegnamenti della Bibbia.
Insieme al libro di Mormon, vi sono altri testi a stabilire il fondamento della fede mormone. Tali testi sono in gran parte frutto di trascrizioni delle rivelazioni ricevute da Smith (che morì assassinato prima di compiere quarant’anni), ma anche da quanto comunicato attraverso il principio della rivelazione continua. Secondo tale principio, ciascuno può ricevere annunci per così dire privati (propri o per la famiglia), mentre quelli validi per i fedeli e per l’umanità intera sono di esclusiva competenza del profeta che presiede la Chiesa mormone.
Veniamo allora alla rivelazione del 1833 (raccolta nella “Parola di Saggezza”, Word of Wisdom), secondo la quale la Parola di Saggezza del Signore (in alcune rivelazioni Dio Padre, in altre il Figlio) disse a Smith che il tabacco non è adatto all’uomo, così come non lo sono il vino (fatta eccezione di quello puro offerto per il sacramento) e le bevande forti (strong drinks), locuzione che fu letta come una proibizione degli alcolici. Neppure le bevande calde sono buone per il corpo e per il ventre, aggiunse l’Altissimo. L’interpretazione: niente tè, niente caffè. Ma queste regole sono state nella storia oggetto di complicate discussioni, poiché nello scritto di Smith non vi è alcuna indicazione a spiegare se le sostanze in questione siano da evitare in toto o da assumere con moderazione.
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E qui arriva il contesto. Secondo alcuni studiosi, la rivelazione ha un filo diretto con il rapporto tra Joseph e la moglie Emma Hale Smith. Lei si era lamentata con Joseph perché doveva pulire il pavimento dopo ogni riunione celebrata tra gli uomini collocati sui gradini più alti della scala gerarchica mormone. Perché loro sputavano il tabacco da masticare, in continuazione. Il lamento della donna andava contro la sporcizia e denunciava l'assurdità di un comportamento tale da parte di uomini che si professavano profeti e si radunavano in un luogo considerato in qualche modo sacro. Joseph pose la questione in preghiera e, come risposta a quel problema domestico sollevato Emma, ricevette la celebre rivelazione che vietava tabacco e strong drinks.
In un primo momento, la maggioranza dei mormoni optò per l’interpretazione meno severa, continuando a consumare senza eccessi caffè, tè, tabacco, vino dolce, rum, brandy, porto e altri liquori. Ma con il crescere del movimento per la temperanza negli Stati Uniti le cose cambiarono. E i conflitti interpretativi crebbero, come quello che indusse la stessa Emma Hale Smith a credere che la regola sulle bevande calde valesse per tutte, tranne il tè e il caffè, i quali avevano qualità curative e dunque non andavano proibiti. Le regole della Parola di Saggezza furono poi anche usate per scomunicare alcuni alti esponenti della leadership mormone del Missouri, nel contesto di una contesa scoppiata all’interno della Chiesa.
Smith stesso non sembrava credere molto all’interpretazione restrittiva, visti i documenti che lo testimoniano consumare moderate quantità di vino in occasione di matrimoni e altre festività oppure anche offrire da bere a chi lo visitava.
Dopo la morte di Smith, il suo successore Brigham Young, scelto come tale dopo una non incruenta diatriba sorta tra i possibili eredi del profeta, contribuì decisamente al bando delle bevande menzionate nella “Parola di Saggezza”, senza per questo risolvere l’ambivalenza: astinenza o moderazione?
Nel 1906 i leader mormoni standardizzarono definitivamente l’uso dell’acqua al posto del vino nella celebrazione privata dei sacramenti, un’usanza iniziata molto prima, già con le rivelazioni dello stesso Joseph Smith. Si era di seguito consolidata durante il mandato di Brigham Young nella seconda metà del XIX secolo, per motivi pratici e di sicurezza (evitare di comprare vino dai “gentili”, ovvero i non mormoni). Negli anni Venti del XX secolo vi furono addirittura delle trattative tra la presidenza della Chiesa mormone e la Coca Cola Company, la cui bevanda era stata dichiarata contraria ai testi sacri nel 1917 ed è tuttora evitata da qualche mormone particolarmente rigido, anche se non è più ufficialmente proibita. La Brigham Young University (la più prestigiosa istituzione accademica legata alla Chiesa mormone) negò la vendita di bevande con caffeina nei propri locali per decenni, levando il divieto appena nel 2017.
Astinenza, sobrietà e moderazione sono caratteristiche di molte religioni. Ci sto lavorando, come sto lavorando alla prima presentazione pubblica dei miei studi sulla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Come mai questo nome? Ne leggiamo un’altra volta.


