Chi controlla il passato?
Un'intervista con Giorgio Caravale
Cari voi che leggete Il piacere delle parole, spiace il silenzio di queste ultime settimane. Quasi un mese di assenza può sembrare un’era geologica nel flusso frenetico della rete, ma la verità è semplice: ho dovuto fare i conti con la materia prima di ogni progetto solitario, il tempo.
Portare avanti questa newsletter è un atto di piacere e di libertà creativa, ma è anche un impegno che richiede energie, Negli ultimi tempi proprio le energie sono state assorbite quasi interamente dal mio lavoro di scrittura professionale. Gestire un progetto in solitudine significa conoscere i propri limiti e rispettare le proprie forze. Ora che alcuni lavori sono stati portati a termine e altri sono in una fase avanzata, sento di poter finalmente “riprendere in mano il mio tempo”. E non c’è modo migliore per farlo che tornare a condividere con voi riflessioni che nutrono il pensiero.
Proprio del controllo del tempo — o meglio, del racconto del tempo — parla il nostro ospite. Ho avuto il piacere di intervistare lo storico Giorgio Caravale in occasione dell’uscita del suo ultimo libro: Chi controlla il passato (Laterza, 2026).
L’intervista, che è stata già pubblicata su Il T Quotidiano (che ringrazio per la consueta disponibilità), tocca corde sensibilissime del nostro presente. Caravale ci spiega come la storia non sia mai solo un catalogo di “tempi andati”, ma un campo di battaglia politico fatto di omissioni strategiche, sovraccarichi informativi e tentativi di riscrittura identitaria.
Dalla strategia della “distrazione di massa” di Steve Bannon alla “storia per omissioni” del contesto italiano, il dialogo con Giorgio ci ricorda che se perdiamo il senso critico sul passato, rischiamo di smarrire la bussola del nostro futuro. Buona lettura e buona iscrizione, se credete.
La storia non è mai solo tempi andati, belli o brutti che sembrino. Nel suo ultimo libro, Chi controlla il passato (Laterza), Giorgio Caravale racconta come il racconto storico sia oggi al centro di un conflitto politico, tra selezioni e silenzi.
Il suo libro parte da Orwell: chi controlla il passato controlla il futuro. Quanto è ancora vero oggi?
È ancora molto vero, altrimenti non avrei scritto questo libro. Viviamo una nuova stagione di neonazionalismi che ha riportato al centro l’uso politico della storia: un meccanismo antico quanto il potere stesso. Da sempre chi governa cerca di controllare il racconto del passato, soprattutto quello più vicino, per trasformarlo in uno strumento di legittimazione. Oggi però assistiamo a un salto di qualità: l’uso del passato è diventato più esplicito e aggressivo. Nei casi che analizzo, il passato funziona come un grande serbatoio da cui attingere per costruire un racconto nazionale compatto e trionfale, centrato sull’idea di successo e di ritorno della nazione. Tutto ciò che non si adatta a questa narrazione viene escluso: spariscono contraddizioni, ambiguità, zone d’ombra. Il risultato è una storia semplificata, piegata alle esigenze del presente.
Nel suo racconto, il controllo del passato non è solo censura. Ci sono anche le omissioni e il sovraccarico delle informazioni. Cosa significa?
Sono due piani diversi. Partiamo dal sovraccarico informativo: durante il suo primo mandato, Steve Bannon, tra i più influenti consiglieri di Donald Trump, teorizzò una strategia molto chiara: inondare media e social di contenuti, veri o falsi, rilevanti o irrilevanti, per distogliere l’attenzione dalle questioni scomode per il potere. Un rumore di fondo continuo che finisce per coprire ciò che conta davvero. Un meccanismo che troviamo, in forme diverse ma sistematiche, anche nella Cina di Xi Jinping. Non si tratta solo di censura: è una vera e propria strategia della distrazione di massa, che rende più difficile individuare e raggiungere le informazioni sensibili. Si ottiene anche saturando lo spazio pubblico con contenuti favorevoli al governo.
Le omissioni sono un’altra cosa, e riguardano in modo particolare la destra italiana oggi al governo. Qui la cultura diventa un terreno di esercizio del potere, e dunque anche la storia. Giorgia Meloni ha scelto di marcare una discontinuità rispetto alla destra berlusconiana, che aveva trascurato questo ambito. Ma, provenendo da una tradizione politica con un passato ingombrante, la sfida è complessa. La soluzione, come la definisco nel libro, è una sorta di “storia per omissioni”: si raccontano eventi e passaggi cruciali evitando parole chiave e nessi di responsabilità. Si può parlare della Repubblica o della Seconda guerra mondiale senza nominare il fascismo, ricordare la persecuzione degli ebrei “durante” il fascismo senza indicarne le responsabilità, o evocare la strage di Bologna parlando genericamente di terrorismo, senza citare la matrice neofascista riconosciuta dalla ricerca storica e dalla verità giudiziaria. Il risultato è una narrazione che non nega apertamente, ma svuota e deforma.
Restiamo al caso italiano. La scuola è ancora il luogo chiave in cui si gioca il rapporto con la storia?
La scuola resta un terreno decisivo, in Italia come altrove. Negli ultimi anni è diventata un vero campo d’azione per le destre neonazionaliste, con una forte spinta alla riscrittura dei manuali di storia. Un caso emblematico è la Russia, dove nel 2012 una commissione guidata dal ministro della Cultura ha lavorato alla creazione di un manuale unico. In Italia il percorso è stato diverso, ma non meno significativo. La destra al governo ha dovuto indossare una sorta di “divisa istituzionale”, fatta di atlantismo ed europeismo, rivedendo alcune promesse e adattandosi a vincoli che aveva a lungo contestato, anche sul piano economico. Per compensare queste contraddizioni, ha individuato alcuni ambiti in cui riaffermare con forza la propria identità politica. La scuola è uno di questi. Da qui il tentativo di intervenire sulle indicazioni nazionali, soprattutto per quanto riguarda la storia — non a caso la prima materia a essere toccata. Non si tratta di cambiare i programmi in senso stretto, ma di ridefinire il quadro di riferimento. Il risultato è un documento molto prescrittivo, che arriva quasi a suggerire la struttura stessa dei manuali scolastici.
Nel libro sottolineo come questo approccio rifletta un tratto illiberale che storicamente appartiene a quella cultura politica: la difficoltà ad accettare che la manualistica sia il prodotto di un libero confronto tra interpretazioni. Ed è proprio questa pluralità, oggi, a essere percepita come un problema.
Abbiamo menzionato Russia, Cina, Stati Uniti, Italia. Ci sono altri casi che ci aiutano a interpretare questi modelli di “controllo del passato”?
La campagna delle presidenziali francesi del 2022 fu segnata anche dalla novità della candidatura di Éric Zemmour, polemista di destra che cercò di piegare la storia francese ai propri fini politici. Tentò di ridurla a un duello tra eroi nazionali e sabotatori (ugonotti, islamisti, femministe), tra buoni e cattivi. È la tentazione che c’è anche in altri nazionalismi, ed è per questo che nei casi esaminati nel libro vedo molte affinità. Il tentativo è quello di annullare i chiaroscuri, negare che la storia sia una materia impura, piena di contraddizioni e di segni di violenza, sopraffazione. È ricca di cose che certo ci repellono, ma che fanno parte del passato e non possono essere semplicemente cancellate. Quello che vorrebbe fare Trump, per esempio, lui che ha proibito ai musei di raccontare altro dai grandi successi della storia americana. Questioni che non portano lustro alla nazione vengono censurate. È una scelta fatta sistematicamente e per imposizione.
La storia è sempre più presente nello spazio pubblico, ma sembra contare meno. È una sovraesposizione che finisce per svuotarla di significato?
La presenza della storia nello spazio pubblico – tra festival, podcast e lezioni aperte – è senza dubbio un fatto positivo. Non è qualcosa da ridurre, anzi. Il paradosso è che questa esposizione cresce dentro una società che ha progressivamente perso il senso storico. Il nodo sta anche nel modo in cui oggi intendiamo l’utilità del sapere. Nella cultura contemporanea, il sapere o è immediatamente utile o rischia di essere marginale. Questo potrebbe sembrare un vantaggio per le discipline umanistiche, che sono profondamente utili — ma non nel senso dominante oggi: un’utilità rapida, consumabile, che produce un ritorno immediato. Così la storia finisce per essere valorizzata soprattutto quando intrattiene, quando è facilmente fruibile e dà piacere nell’immediato. Ma in questo modo si svuota della sua funzione più profonda. Il punto, allora, non è ridurne la presenza, ma creare le condizioni perché la società recuperi un autentico senso storico e torni a immaginare il futuro. Perché se tutto resta schiacciato su un presente continuo, il futuro scompare — e con esso anche la necessità del passato.


