Al di là del risultato
Un convegno, nuove conoscenze, tante riflessioni
Ripropongo, come d’abitudine, un recente editoriale pubblicato da Il T Quotidiano. L’occasione per scriverlo me l’ha data un allargamento dello sguardo garantito dal giornalismo messicano. Ho ragionato sullo sport e sui Mondiali di calcio, non da solo. Se prima di leggerlo ti fidi, puoi
Chi è abituato a osservare il mondo dalle latitudini trentine sa bene che lo sport non è un semplice passatempo, ma un elemento costitutivo dell’identità collettiva. Non è un caso se l’Indice di sportività del Sole 24 Ore (datato settembre 2025) ha incoronato nuovamente la provincia di Trento al primo posto in Italia, trainata non solo dai successi dei professionisti, ma da un primato assoluto nel legame tra sport, scuola, amatori e società. Un territorio dove il movimento sportivo è inteso, prima di tutto, come un fenomeno sociale diffuso e un generatore di comunità.
Partendo da questa sensibilità, lo sguardo si fa più acuto quando ci si trasferisce sui grandi scenari globali. È uno spostamento del punto di osservazione, questo che si muove dal locale al globale, molto comune per chi ha familiarità con la ricerca storica. Sto trascorrendo il mese di giugno a Boston, nel pieno dei Mondiali di calcio 2026 che accendono gli stadi di Canada, Messico e Stati Uniti. Al di là dell’assenza italiana (qui sempre simpaticamente sottolineata da interlocutori più o meno casuali), l’atmosfera da grande evento invita a un esercizio critico. L’occasione mi è stata offerta dalla partecipazione a un convegno internazionale dedicato alla storia della Compagnia di Gesù e del suo modo di comunicare attraverso la parola scritta (giornali, documenti). Parliamo di un ordine religioso che fin dalle origini dei suoi collegi (metà del XVI secolo) ha visto nella pratica fisica un pilastro fondamentale per lo sviluppo olistico dell’essere umano sul piano personale come su quello sociale.
In questo contesto, il fortunato e stimolante confronto con storici e giornalisti mi ha fatto pensare. Tra le cose che ho ascoltato e letto, mi voglio riferire in particolare ai vari contributi dedicati dalla rivista dei gesuiti messicani Christus proprio ai Mondiali di calcio. Una prospettiva nata oltre il confine del Río Grande ci dimostra l’opportunità di interrogarsi anche per chi sfoglia queste pagine magari in riva all’Adige o sulle sponde di un lago trentino. C’è ancora modo e spazio perché lo sport sia uno spazio umano e spirituale? Inutile attendere per la risposta, che è sì. Utile, invece, è circostanziarla.
Il cuore del dibattito si muove attorno a una domanda radicale sollevata nel podcast pubblicato da Christus, intitolato Oltre il risultato (Más allá del marcador): lo sport come spazio spirituale, comunitario e umano. Come riconoscere quando lo sport è capace di generare emozioni positive e condivise o, al contrario, produce negatività? Per fare un esempio, pensiamo al timore del fallimento per la giovane promessa che sogna il successo perdendo il piacere del gioco. In una simile dinamica, potrebbe essere in ballo, addirittura, una tensione tra umanità e disumanità. Come distinguere le pratiche che generano comunità e speranza da quelle che producono solo frustrazione o alienazione?
Per rispondere, l’analisi di Christus chiama in causa, prima di tutto, due voci autorevoli della cultura messicana: l’accademica, giornalista e coach di basket Mariana Anzorena e il giornalista, allenatore di calcio Juan Pablo Hermosillo (esperto di sport per il benessere e la formazione umana). I due sottolineano come lo stacco tra l’industria dello spettacolo e lo sport come spazio formativo risieda proprio nella capacità (o meno) di sottrarre il gioco alla pura dinamica commerciale per restituirlo alla comunità. Il dramma della contemporaneità è che la macchina multimilionaria del professionismo esasperato sembra amministrata con la logica opposta: quella dei beni esclusivi, che valgono solo se qualcuno ne resta fuori. Pensiamo ai biglietti – sempre più diffusi anche nel mondo dei concerti pop e rock – dove chi spende molto può passare del tempo vicino ai propri beniamini, saltare le code, mangiare e bere prelibatezze di cui spesso non sente necessità. Per non dire del palco vip, del bagarinaggio legalizzato, del maquillage urbano per le telecamere. Sono cose destinate a diventare lo specchio di una mercificazione che svuota il legame sociale, perché si perdono di vista i valori della condivisione, quelli che aumentano il valore delle esperienze artistiche (ascoltare un concerto è bello perché collettivo) o della conoscenza (confrontarsi, dibattere, ascoltare). L’emozione positiva dello sport dovrebbe alimentarsi della capacità di crescere nella condivisione: perché i sentimenti, nello sport, vivono di un contagio virtuoso che moltiplica la felicità, rendendola un bene collettivo. Pensiamo a quell’istante speciale capace di far piangere insieme un intero stadio o di far abbracciare gruppi di sconosciuti al momento di un gol.
Proprio in concomitanza con l’inizio del grande evento calcistico di queste settimane, papa Leone XIV ha dedicato l’intenzione di preghiera mensile in giugno ai valori dello sport, ricordando che essi hanno la capacità di abbattere barriere e creare spazi di incontro. In un tempo in cui la competizione può convertirsi in rivalità vuota, il pontefice ci invita a riscoprire il gioco come un «linguaggio universale che avvicina le culture» e semina solidarietà, nel solco della fraternità. Non si tratta, dunque, di scivolare in un moralismo cinico che condanna la bellezza della festa mondiale. Il pallone non ha colpe, e l’abbraccio tra sconosciuti al novantesimo minuto rimarrà un frammento di verità profonda, nonostante l’immenso apparato economico che lo circonda. La scommessa, per chi crede nello sport come generatore di comunità – su scala globale come nelle valli trentine – resta quella di difendere e moltiplicare questi frammenti, ricordando che il gioco ha valore solo quando include, mai quando esclude.


